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Archivio Settembre 2006

Non abbiamo perso l’autunno

30 Settembre 2006 41 commenti


C?è come un?aria d?attesa, ?stamattina i passeri sembrano presi da mille cose, il rosso sfumato delle fronde dei pioppi si stempera lentamente nel caldo dell?arancio, nello splendore regale dei gialli, un tripudio di colori, farebbero impazzire qualunque pittore.

Le foglie portate dal vento, piccole creature in pena intirizzite e stanche si posano sulla loggia, rallegrano coi loro tocchi cromatici il ruggine sbiadito del cotto.

La casa è invasa dal profumo del caffé fatto di fresco, il sole solleva appena la testa da sotto le coltri di ovatta sporca, occhieggia un poco poi ritroso si copre tirandosi ben bene su la coltre, non ha molta voglia di alzarsi oggi, ascolto divertita la cassetta che mi ha mandato Adriano, penso a Patrick?sono giorni che non lo sento, penso che devo preparare l?argomento per lunedì, dovrei scendere in giardino a cogliere i pomodori maturi che rosseggiano da sotto la plastica della serra.

Penso a te, so che mi pensi, il solito fischietto alle orecchie(!) so che sei tornato, so pure che forse ti vedrò domani, controllo il cellulare, ci sono tre messaggi:

- Ca?rì , da Zena mi da le ultime su Maria.
- Antonio, mi chiede se ho voglia di andare a cogliere le noci in montagna.
- E infine tu, che dal versante della montagna mi informi che riesci a vedere le tegole rosse di casa mia.

E’ bello sapere che nonostante tutto ci sei.
Che quando non mi senti, anche per te fanno rumore solo i cattivi pensieri.

Vado a cogliere le noci su in montagna, voglio il noto cricchiare che fanno le foglie sotto i piedi che affondano nella terra nera umida, l’odore di selvatico e di funghi ammuffiti, ci saranno le uste delle martore e dei cinghiali alla perenne ricerca di ghiande.

I nonni mi raccontavano che durante la guerra per non morire di fame, si macinavano le ghiande per farne pane, era amaro e cattivo e lapposo in bocca, ma lo mangiavano, per non morire.

Metto il berretto rosso e vado via.

Nenè.

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Un bel mattino

25 Settembre 2006 61 commenti


Un bel mattino partirono dalla Terra, da tre punti diversi, tre razzi.
Sul primo c’era un americano, sul secondo un russo e sul terzo un negro.
Tutti e tre volevano arrivare primi su Marte.
Il russo e l’americano non si volevano bene, perché dicevano “Buongiorno” in modo diverso.

Tutti e due poi, non amavano il negro,
perché aveva la pelle di un colore diverso.

Siccome erano tutti e tre molto bravi,
arrivarono su Marte nello stesso momento.

Scesero contemporaneamente dalle loro astronavi e videro un paesaggio stranissimo, c’erano canali d’acqua verde, alberi blu, fiori argentati, uccelli mai visti, dalle piume di colori stranissimi.
Poi venne la notte e i tre astronauti si sentivano tristi e sperduti
.

L’americano chiamò la mamma. Disse – Mamie…
E il russo disse: – Mama.
E il negro disse: -Mbamba.

Ma nonostante parlassero in modo diverso capirono subito che stavano dicendo la stessa cosa e provavano gli stessi sentimenti.
Così si sorrisero, si avvicinarono e accesero insieme un focherello.

Poi ciascuno cantò le canzoni del suo paese e così impararono a conoscersi.
Quando fu mattina, improvvisamente,
da un ciuffo di alberi blu uscì un marziano.
Era davvero orribile: tutto verde, con due antenne al posto delle orecchie, una proboscide e sei braccia.
Guardò i tre sconosciuti e disse:
– Grrrr!-
Nella sua lingua voleva dire:

Mamma mia, chi sono quegli orribili esseri?!

Ma i terrestri credettero che il suo fosse un ruggito di guerra e decisero di ucciderlo con i loro disintegratori atomici.
Proprio in quel momento, un uccellino marziano, forse fuggito dal nido, cadde al suolo tremante di freddo e di paura.

A quel punto accadde un fatto strano. Il marziano si avvicinò all’uccellino, lo guardò e lasciò sfuggire due fili di fumo dalla proboscide. I terrestri compresero che stava piangendo, a modo suo naturalmente.

Poi videro che si chinava sull’uccellino e lo sollevava cercando di scaldarlo.I tre cosmonauti che il marziano, pur essendo diverso da loro, aveva un cuore e certamente anche un cervello.

E capirono anche che non si poteva ucciderlo. Gli andarono vicino e gli tesero la mano. Ed egli,che ne aveva sei, strinse in una volta la mano di tutti e tre, mentre con quelle libere faceva loro cordiali gesti di saluto.

Dedicata a coloro che sanno vedere oltre le diversità, oltre le religioni, dedicato a coloro capaci come suor Leonella, come don Andrea, di indicare nonostante la morte vicina, nonostante il sangue, che la risposta è nella comprensione, la risposta è nel perdono.

La risposta vera è nella mano tesa ad incontrare l’altra, senza timore.

Il sole sorge all’orizzonte.
All’inizio di questa nuova giornata,
unisco la mia lode ai canti dei pellegrini,
lodo il tuo nome, o Signore,luce per l’uomo d’oggi,
che vieni sulla terra per tutti i poveri che sperano.
Giungi fino a me e risana la mia cecità;
tocca i miei occhi affinché possano vedere
verso quale amore tu ci guidi.

da un racconto rivisitato di Umberto Eco

Grazie piccola ‘Nena’, con amore zia:-)Sà

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Rondini in volo

18 Settembre 2006 66 commenti


Volano alte le rondini
contro il cielo grigio
forando i cirri
gonfi di pioggia

le salutano frusciando
le cime rosse dei pioppi
e i manti ocra s?increspano
rammaricati.

Lento e pigro
risponde consapevole
il mormorio delle acque
al triste addio.

Non c?è gioia
nel loro garrire
né illusione,
mentre soffermano l?ala,
sfiorando il vecchio nido.

Sembrano mani che
accarezzano lisciando
le accoglienti coltri di seta
di un amore antico.

Nenè

“Volverán las oscuras golondrinas
en tu balcón sus nidos a colgar,
y otra vez con el ala a sus cristales,
jugando llamarán;

pero aquellas que el vuelo refrenaban
tu hermosura y mi dicha al contemplar;
aquellas que aprendieron nuestros nombres,
esas… no volverán!…”

Gustavo Adolfo Becquer

Non voglio tradurre versi così belli, farei un offesa a chi legge e a chi li ha scritti.

Flavio, Martina, Zoe, Federica, Giampaolo Pa*** Ivy oggi mi sento quasi come voi.

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Save the Children

14 Settembre 2006 44 commenti


La sigla per le carestie del 21simo secolo:

possediamo il mondo, Ignoriamo i bambini.

” There’s a choice we’re making
We’re saving our own lives
It’s true we’ll make a better day, just you and me…

A causa delle guerre niente scuola per 43 milioni di bambini: un?emergenza umanitaria globale.

Fino al 31 ottobre, si può donare a Save the Children 1 euro da telefoni cellulari Tim, Vodafone, 3 e Wind. Si può donare un contributo di 2 euro anche chiamando il numero 48587 da telefono fisso Telecom.

Sì qualcosa posso fare anch’io e anche tu e tutti, chi non lo fa non accampasse scuse. Non ve ne sono

Un bambino su tre è destinato alla guerra, non vedrà mai un banco di scuola,
100 milioni di bambini soffrono di fame e sete, se non li aiutiamo saranno i nemici del futuro dei nostri figli!!!

Il mondo non si cambia con le chiacchiere.

Vorrei scrivere mille e mille cose,
per dare voce e volto a chi non lo ha…
vorrei cantare loro mille ninne per
chiudere i loro occhi e non guardarci dentro.

Vorrei che il mondo riservasse loro
ciò cui hanno diritto, una casa, del cibo un’istruzione,
una mamma che li abbracci stretti e gli sorrida,
un papà che torni da un lavoro sicuro e possa giocare con loro,
tra campi di grano e fiumi di acque limpide e pulite,
la voce del nonno,che racconti loro di fiabe e di guerrieri,
di grida nella savana, di pace e mani tese,
di un futuro senza guerra e di noi bianchi
senza odio.

Senza odio.

Nenè

We are the world, we are the children
We are the ones who make a brighter day
So let’s start giving

There’s a choice we’re making

We’re saving our own lives
It’s true we’ll make a better day, just you and me
It’s true we’ll make a better day, just you and me “…

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Il fabbricante d’Amore

10 Settembre 2006 42 commenti


La porta tintinnò all?ingresso dell?uomo nell?angusta bottega di giocattoli.
- Come va signor Liebemacher ?-
- Bene Signor Walker, buonasera.

L?uomo si aggirò tra gli scaffali, si soffermò incerto, esitando si volse ancora verso il vecchio artigiano
- Lei non si preoccupa molto, di vendere la sua merce. ?
Osservò John Walker
- La merce è qui, sotto gli occhi di tutti, chiunque, può scegliere ciò che vuole, non c?è ragione che li assilli perché comprino se non hanno voglia di farlo, sorrise bonario il vecchio guardandolo al di sopra degli occhiali.

John assentì col capo poi cominciò a guardarsi intorno, non era la prima che entrava dal signor Liebermacher, pur vergognandosi di ammetterlo quella piccola bottega di giochi lo incantava.

Gli scaffali erano colmi di giocattoli di legno tutti scrupolosamente dipinti a mano, cavallucci, delfini con le faccette buffe, conigli che parevano pronti col muso tremulo a schizzar via dappertutto, orsetti dall?aspetto bizzarro, coi berretti e i panciotti a scacchi rossi e blu, interi battaglioni di bellissimi soldatini di stagno, con le giubbe dei loro reggimenti ufficiali coi baffoni, tamburini e trombettieri , e l?artiglieria pesante coi cannoni disposti in prima fila, e cavalli coi loro cavalieri con le sciabole sguainate.

E di bambole; ce n?erano un infinità, coi loro vestitini di pizzo e di raso, coi faccini belli e delicati, con le gote di un rosa appena accennato e le boccucce lievi in cui appena si abbozzava un vagheggiare di pianto o di sorriso.

Poi la vide; era lì seduta su una minuscola sedia a dondolo, col vestitino di percalle azzurro, le gambe che s?indovinavano, sotto il lungo abitino, rigide in avanti e le perfette piccolissime scarpine col tacco.

Ma quello che colpì John quasi come una sferza, fu il viso, non era un normale viso di bambola coi lineamenti un po? vitrei e fissi da bambina più o meno pesantemente dipinta, era un tenero, composto e un po? appassito volto di donna, incorniciato da una massa di riccioli neri tenuti fermi con un fermaglio rosso.

Il mento paffuto, la mascella delicata, gli zigomi di un discreto rosa, gli occhi intensi e profondi di un caldo nocciola, lo guardavano forse un po? mesti, ma teneri e dolci.

John Walker era un uomo solo che aveva già da un pezzo passato la fatidica soglia della mezza età, aveva una fronte resa ancora più spaziosa dai pochi capelli neri un po? ingrigiti che ancora rimanevano attorno al cranio, il viso, nei tratti conservava appena il ricordo della passata gioventù.

Faceva il correttore di bozze, vita senza sussulti, quasi spenta sotto le soffocanti gonne della madre e della sorella sposata e con una figlia.
Era uno di quegli esseri buoni e gentili capaci di incantarsi a guardare il volo lieve di una farfalla, o la prima luce che sfilaccia il nero della notte.
Con gli anni i suoi occhi neri e belli si erano quasi spenti velandosi di malinconia.

Davanti a quella grazia, alla minuziosa perfezione della bambola di porcellana il suo cuore intorpidito e stanco ebbe il primo vero sussulto, con mani tremanti la prese tenendola come si fa con le più preziose, fragili e belle cose.

Pagò e dopo aver ringraziato il signor Liebermacher, uscì trasognato stringendo tra le braccia la scatola legata con un bellissimo fiocco di raso rosso.
Tutto quella sera gli sembrò molto meno squallido perfino il tavolo della cucina, dove rientrando appoggio la bambola, che pareva lo fissasse seguendone le mosse, mentre si preparava la scarna cena.

E John si scoprì a parlare un po? di tutto con quella pupattola che lo guardava con gli occhi dolci e l?espressione attenta, a un tratto lui seppe che quella bambolina aveva un nome, era il suo vero nome, l?aveva sempre avuto: Mary Dikinson , sì,era così che si chiamava, Mary Dikinson e abitava vicino al Greenwich nella South in quel villino bianco e verde?

Già ma lui come faceva a sapere tutte quelle cose?John si sentiva il cervello in fiamme, incessante turbinare di pensieri e informazioni.
Maestra!!! Ecco cos?era. Una maestra di scuola?una maestra di scuola?ma lui come faceva a saperlo? Che pazzia era questa?

Stentava a riconoscere se stesso, era in preda a una strana malia, per la prima volta sentì tutto il peso profondo della solitudine gravargli addosso, ebbe paura degli anni che lo aspettavano, solitari e tristi, senza risa di bambini intorno, senza sorrisi caldi, in una casa vuota e una futura misera pensione, da spartire con nessuno.

Ebbe paura di quella bambola che lo fissava come se capisse, tutto.
Sentì l?urgenza una strana inquietante urgenza che lo spingeva ad andare in quella stradina del south, raggiungere quella villetta, bussare a quella porta.

Afferrò il giocatolo, precipitandosi in macchina, John provò un senso di esaltazione, guidava senza quasi guardare la strada e alla fine la villetta era lì proprio di fronte a lui, era come l?aveva vista un immagine visiva precisa in ogni dettaglio.

Rimase per un pezzo nella vettura ferma davanti a quella casa, le mani strette attorno al volante,le nocche quasi bianche per la tensione spasmodica, faticava a deglutire mentre con la bambola in braccio avanzava lungo il vialetto contornato dalla siepe di biancospino in fiore, e finalmente fu davanti alla porta; una targhetta di porcellana bianca a fiori blu recava impresso un nome ? MARY DIKINSON ?.

Lei era lì dunque pensò John, allora era tutto vero? Era una magia? Era un sogno?

John prese un bel respiro, si fece forza, tese la mano più e più volte a sfiorare quel campanello, infine premette il pulsante .

Dedicata ai bei Signori e alle belle Signore del web, che credono ai sogni, all?amicizia, che sanno ancora incantarsi a guardare la grazia di una farfalla che lieta al sole, spiega le coloratissime ali in un bellissimo volo.

E…dedicata a te ‘Orso Fissato’, mio unico amore.

Sà.

N.B.Questa storia è liberamente tratta da Amazing stories Rai/1986.

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I NONNI: nessuna precauzione per l’uso !

6 Settembre 2006 63 commenti


I figli di oggi sono il frutto dei figli di ieri.

A loro si danno cose invece di tempo, per stare tranquilli e sentirci a posto, preferiamo tenerli in casa parcheggiati davanti alla tv ai video giochi (crediamo che sia più sicuro che mandarli all’oratorio, ammesso che ancora funzionino gli Oratori) e li riempiamo di cose, perché non abbiamo nè tempo, né voglia di ascoltarli.

L?errore più grave, lo commettiamo quando per nostra comodità, preferiamo dimenticare la funzione fondamentale dei NONNI.

Sublimi animatori con le loro magiche storie, dell? infanzia di molti di noi.
Oggi so che non erano le storie ad incantarmi, era il tempo che i nonnini miei passavano con me.
Era la loro duttile forza che nasceva dal tenero amore, assoluto e grande che essi provavano per me.

E’ questa la differenza che fa di bimbi felici, futuri adulti sani.

I nonni sono utilissimi, ma oggi preferiamo chiuderli nella case di riposo, e paghiamo (il meno possibile ovviamente), parcheggiando anche loro, dove non abbiamo modo di vedere ciò che ci infastidisce e cioè:
il loro lento ma naturale declino.

Eh sì, perchè il nonno, che ci prendeva per mano e ci accompagnava a spasso, parlandoci di tutto e dedicandoci l’intera sua attenzione, è un modello amici miei, che non essendo ?palestrato?, né ?palestrabile? non è considerato ‘trendy’!

Invece noi coi nostri termini mediati dall?inglese, farciti di futilità e di pressappochismo noi si che lo siamo, o no?

O no?

Su una lapide al Verano tempo fa lessi;
?quello che tu sei io sono stato, quello che io sono tu sarai. ?

…Finché ci saranno
nell’ovvietà disperata
di chi dovrà lasciare
ad altri le sue orme note.

Pesanti specchi riflettono
il già oltre
tremano incatenati i polsi
senza mistero alcuno.

Davanti all’inesorabile certezza
e balzano alla mente le
ombre dei sepolcri
cui solo morte non fugge.

I nonni, la parte più bella di noi, irrinunciabile, disperata nostalgia di carezze,di sorrisi impossibili da dimenticare.

E’ nei Nonni la vera felicità dei nostri bimbi.

Non parcheggiamoli, affidiamo loro i nostri figli, nessuno al mondo potrà donare ad essi quel necessario patrimonio d?amore, di stabile continuità di certezze e radici, che solo la figura del nonno sa dispensare e rappresentare.

N. B. la foto sotto è mia, mi è stata scattata allo Sheraton hotel di Vienna per la verità tutta ?sta somiglianza con la simpatica imperatrice non la vedo, tranne che nell?altezza ovviamente!!!

Malinconica Vienna

4 Settembre 2006 34 commenti


Le musiche di Johann Strauss accompagnano ancora il lieto
cammino del Prater, operette, music world, canzonette della vecchia Vienna, freddo il blaue donau, ci accarezza da vicino e scivolano lenti i bateau sulle romantiche acque.

La città della musica è allegra e frizzante ?stamattina, rilassati e sereni i viennesi prendono il sole sui prati ingentiliti dallo splendore dei verdi.
Gli eurigen ci scaldano, ne troviamo quasi ad ogni passo.
E ancora ci sono le belle musiciste di flauti, violini e strumenti a percussione lungo i viali, già sono iniziate le operette di Lanner e Ziehrer , in questa immensa riserva di musica .

E? una musica bella che, senza pretese di profondità, coinvolge e ti riporta ai tempi della magnifica ?Sissi?, all?austerità della corte imperiale, mi pare di sentire il suono metallico degli speroni, lo sbattere ritmato dei tacchi degli ufficiali, non è difficile immaginare i fasti e la rigida etichetta dell?antica corte, odore dei finimenti e dei cavalli e cestini da picnic.
Che immensa riserva!
Certamente non mancava la musica, nel sangue dei viennesi.

Chissà di chi era innamorata veramente ? Sissi “?

Forse di Strauss, forse di Mozart
forse di versi
che ricordano il Goethe
profumo di libertà
nel riflesso dei folti
capelli.

Forse d’umanità e
di spensierati sorrisi
o forse solo dei dolci occhi
di un capriolo
che sul piccolo seno
strofinava il muso vellutato.

Di certo non amava il rombo
dei cannoni
né dell?austroungarico
sul nobile cuore
il peso del tallone.

Nenè

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