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Archivio Maggio 2007

E’ nata la Fondazione Fersen.

25 Maggio 2007 44 commenti


E? nata finalmente la Fondazione per la diffusione del metodo di insegnamento e dell?opera del noto regista genovese Alessandro Fajrajzen,
in arte Fersen; gia promotore dello studio Fersen delle arti sceniche(D.L. del 21-1-1957)

Il regista nel 1959 ha creato, in collaborazione con la Casa Cinematografica Vides, una scuola per attori cinematografici mediante una selezione effettuata in tutta Italia da una commissione composta da Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Gillo Pontecorvo, Franco Cristalli. e dallo stesso Fersen. Sempre nel 1959 ha messo in scena una commedia dell?arte ?Sganarello e la Figlia del Re?, recitata da attori diplomati dello Studio
(Teatro Ateneo e Teatro delle Arti a Roma; Schauspielhaus, Zurigo, 1960)? ma per chi volesse conoscere meglio di chi sto parlando basta andare al sito

www.fondazionefersen.org

Chi scrive non ha avuto la fortuna di conoscere personalmente l?opera di questo maestro, ma la cultura non ha età ne conosce confini, ne di razza ne di religione; Alessandro Fajrajzen, in arte Fersen, nasce a Lodz in Polonia nel 1911 da una famiglia ebraica, nel 1913 la sua famiglia si trasferisce a Genova dove il piccolo Alessandro frequenterà le elementari, il liceo classico e infine l?università.

E’ la storia di un uomo colto con le idee chiarissime e una decisa e bellissima vocazione per il teatro drammatico?
Uomo genovese Fersen di profonda cultura umanistica, seguace convinto a Parigi della scuola di regia dei ?Cartel??

Amico nel campo d?internamento a Trevano del filosofo Giorgio Colli(di cui chi scrive apprezza vivamente la dissidente profondità di pensiero).
E chi di noi può dimenticare la vastità del genio di Emanuele Luzzati da poco scomparso e con cui sognava di fare teatro insieme dopo la guerra?

Apriranno insieme ?I Nottambuli? cabaret teatrale nella epica via Veneto?

Uomo tenace il Fersen di notevole spessore; pronto a rischiare la vita per la resistenza e la libertà tanto da suscitare l?interesse perfino del nostro amatissimo e compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, nell?immediato dopoguerra affidò a lui la conduzione della segreteria del CNL di Genova (e dell?intera area Ligure!)?

Alessandro Fersen si spegne a Roma il 3 Ottobre 2001, lascia un notevole patrimonio di studi, ricerche, pubblicazioni che la Fondazione raccoglie.
Alessandro Fajrajzen, in arte Fersen, lascia inoltre una bella, enorme eredità di affetto nella figura della figlia Ariela italiana ebrea
(nata e cresciuta a Zena) e dei suoi nipoti che ora vivono
in quel lembo di terra promessa che si chiama Israele.

*
Questo pezzo è incompleto, me ne scuso coi lettori ma spero raggiungerà lo scopo di far conoscere a tutti voi il sito che raccoglie le opere della Fondazione perché la conoscenza è ricchezza e la ricchezza della conoscenza è l?unico vero pane per l?umanità.
Pa’!?
A te sarebbe piaciuto!
S.

Riferimenti: Alessandro Fajrajzen, in arte Fersen

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Pane e cioccolata.

19 Maggio 2007 55 commenti


Ma che bella storia la vita,
comincia alle sei di mattina riposa attorno a mezzanotte, palpita nel respiro attorno a te e s?affaccia malandrina e beffarda, se ne fotte delle convenzioni e le regole le scavalca tutte.

E? un po? carogna a volte quando perdi pezzi di te che vanno a nutrir di fresco mamma terra; è un po? mesta quando trovi uno scritto nel cassetto erano pochi versi scaricati di furia dall?abisso del web, parlavano di oro e di colori e di prismi e di spille e di corvino e di montagna, sapevano di resina che cola lungo cosce mai conosciute, sapevano di sale e di acquamarina di sole giallo intenso, quasi uno spietato arancio, sapevano di me di certo e forse di te?

Questo non lo so.

O forse un po? sapevano delle pesche del mio orto che belle, ardite e tentatrici si lasciano mordere e sono succose e ricche di odore e di sapore e di ricordi intensi come la vita mia.
Un po’ puttana la vita, quando apre le braccia a tutti e non si cura di chi la merita o no!
La vita che t?invita a giocare ancora e ti offre su un piatto tutto d?oro l?unico vero gioco che mai ti stanca.

E tu vuoi giocare ancora e ancora, perché non puoi farne a meno, lei ti prende troppo coi suoi scoppi di risa, i trilli generosi e i suoi capricci, ma anche quando e triste e desolata lei ti cerca e ti s?insinua dentro, amara e prepotente come un amante geloso, e tu con un sospiro quasi distratto e vago un po’ la prendi a calci l?assecondi per non soffrire ancora .

…Prima che tutto diventi cenere fredda di braci da fiamme antiche voglio giocare ancora, mi lascerò incantare dall?idea di questo nuovo gioco appena cominciato che sa gia di fiaba, vaniglia e di cioccolato.
Nenè

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Ma tu ti chiami mamma?

14 Maggio 2007 63 commenti


?Uffi, ma non ci entro più qui dentro e perché?
Non capisco ci stavo così bene, questa è la mia casa, mi cullo e gioco tutto il giorno, il mondo è tenero e caldo, il cibo abbondante e poi ci sono gli odorini buonissimi, e quei suoni dolci che mi tengono compagnia quando mi addormento e mi svegliano tante risatine e le musiche ovattate e protette non mi feriscono le orecchie e si galleggia bene, mi faccio fantastiche nuotatine alla scoperta di nuovo benessere.

Mi stiracchio e mi allungo, un braccino di qua mentre con l?altro spingo è c?è sempre quel rassicurante tam,tam sono così al sicuro è tutto così protetto, faccio dei sogni bellissimi, di posti fantastici e ho un amichetto che mi racconta le storie di un posto dove c?è luce e bimbi che sfrecciano via giocando a rincorrersi tutto il giorno.

Ma quello era prima che arrivassi qui in questo mio posto, perché è così che si nasce, questo me l?hanno spiegato bene… ci starò per un po? mi hanno detto.
Ora però il posto è diventato stretto, non posso più nuotare e non riesco a ricordare tutte le cose belle che dovrei, non ricordo quasi più come era bello giocare con pallino, tirargli un po? la coda così per gioco.

Voglio trattenere questi ricordi, ho la promessa che ne avrò di belli anche dove sto andando e mi hanno detto che potrò giocare coi bimbi e saltare, e…aspettate, mi hanno detto pure che avrò un papà grande e bello e forte, e poi?

Ah, si che avrò una mamma e tanti abbracci le musiche e i canti e tanta gente che gioca con me, sento che il tempo mio è finito, qui non riesco quasi più a muovermi e spariscono anche gli ultimi ricordi debbo uscire, voglio uscire ehi qualcuno mi sente li fuori? Qui fa un po? male ora.
Io ci provo a farmi largo e spingo proprio con forza sapete?

Qualcuno mi aiutaaaa? Prontoooo? Tu li fuoriii mi sentiiii?
…E tu chi sei?
Sei tu quella degli abbracci?
Ma tu ti chiami mamma?
Nenè

* Riflessi d?amore profondi come la vita, che cresce in un piccolo spazio?Dedicato a mia mamma con amore e a tutte le mamme, si ringrazia Pat di onepatch.blog.tiscali.it ho deciso di pubblicare la foto del suo pancione e l?orma prepotente del piedino della sua bimba che vuole nascere e non ha più intenzione di aspettare;-)

Riferimenti: L’albero maledetto racconto di Cifone

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Aveva solo vent’anni…

4 Maggio 2007 97 commenti



?e gli occhi neri e profondi tagliavano un ovale bellissimo, era bella, leggiadra e allegra, avida di sapere e di amare. Un desiderio ardente di vita e conoscenza, voce argentina che si faceva canto e stupore ai piedi del mare che ne raccoglieva sogni e i piccoli segreti.

Viveva tra amici cari racchiusa come in uno scrigno tra mare e cielo, nel cuore il sogno di una vita nella sua città, forse un amore, conosciuto sui banchi di scuola.

Genova a quei tempi era forse più di oggi, un porto di mare, rifugio di poeti e scrittori, di sognatori e idealisti, ma lei la piccola protagonista di questa nota, osservava il bagliore della grande guerra che aveva decimato la sua gente, aveva ancora negli occhi i volti di amici spariti nel nulla, ma dov?erano tutti?

E sarebbe tornato sano e salvo a casa suo padre e gli altri soldati che difendevano le coste della sua amata città?

E che voleva dire essere ebrea, per una genovese come lei?

Che senso aveva tutto quell?odio?Quale grande colpa aveva commesso la sua razza che senso ha poi parlare di razza quando si mangia lo stesso pane e si vive sotto lo stesso cielo, quando i tuoi compagni di scuola, vengono a casa tua a mangiare con te, a studiare con te, a ridere con te??
Quando assieme si fanno i sogni che ogni ragazza, in ogni angolo del mondo ha nel cuore?

E quel ragazzo conosciuto all?università, quello con gli occhi azzurri e i capelli al vento come grano maturo e dorato, quello che incrociando il tuo sguardo ti fa capire perché è meraviglioso vivere, mentre gia il cuore precorre e il respiro ti si fa affannoso e gli occhi lucenti e trasognati mentre pensi alla vita e voli su nuvole che vivono di un’unica luce solo per te?

Poco più di vent?anni, una valigia pronta zeppa di volti cari, che si affacciano e straripano, sanguinando oltre il bordo, e forse tra le pieghe segrete un amore dolce e tenero, come un fiore appena sbocciato? partiva quella ragazza bruna, per un fazzoletto di terra sconosciuta e distante, partiva e sapeva che avrebbe dovuto abbandonare i sogni, perché di quel piccolo Stato lontano e a lei sconosciuto, la sua gente avrebbe dovuto difenderne ogni piccolo lembo, con le unghie e coi denti.

E? la sera d?aprile

Il coleottero striscia nel muschio fitto.
Ha così paura – il mondo così grande!

I vortici del vento litigano con la vita,
devotamente placida tengo le mani
sul mio grembo vinto di pietà.

Un angelo giocava lieve sui tasti azzurri,
lontano dissolta fantasia.
E tutti i pesi dei miei carichi
si trasfigurarono leggeri.

Di colpo mi fa male il mio orfanissimo cuore -
Fili insanguinati spaccano la sua quiete.
Due occhi scrutano feriti
attraverso il suo involucro di marmo
il mare del mio palpitante granato.

Un incendio appiccò nella terra del mio cuore ?
Nemmeno il suo divino sorriso
mi lasciò in pegno.
Else Lasker Schuler

* Dedicato ad Ariela, al suo sorriso che non conosco ma che non faccio fatica a immaginare luminoso e aperto come la sua anima, al suo coraggio e a quella nota di nostalgia dolorosa per la sua terra ligure che nonostante tutte le cose belle e la pienezza di una vita, mai l?abbandona.

Perché se la guerra è paura travestita da coraggio, la pace è il coraggio di sognare un mondo nuovo, in cui un?italiana come lei ovunque nel mondo possa dire con orgoglio: – si, sono un’italiana ebrea, nata e cresciuta nel fulgore di Zena.

Nenè

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